
Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l'ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l' Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle Foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall'odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra Istriana che è e sarà Italiana. Se il tricolore d' Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, nè la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: viva l' Italia!"
Con questa commovente testimonianza di coraggio e di amore verso la patria e verso la propria famiglia desidero porre l'attenzione su un avvenimento terribile e purtroppo sconusciuto alla maggioranza di quel popolo italiano tanto amato da questo martire dalmata:lo sterminio degli italiani di Istria e Dalmazia e l'orrore delle foibe.
Prima di tutto occorre una rapida spiegazione di che cosa si intenda con "Foiba".
Il termine "Foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua; possono raggiungere i 200 metri di profondità.
Queste spaventose caverne sono state il luogo di sepoltura di decine di migliaia di italiani dell'Istria e della Dalmazia ,giustiziati dai partigiani comunisti di Josip Broz,meglio conosciuto come maresciallo Tito.
Questi poveri sventurati andarono incontro ad una morte atroce unicamente per aver avuto la sfortuna di essere italiani e di non aver voluto scappare da una terra nella quale abitavano da sempre.
Le esecuzioni nelle foibe si svolsero in due archi di tempo differenti:i primi eccidi avvennero nei mesi di Settembre e Ottobre del 1943,subito dopo l'armistizio proclamato dal generale Badoglio.
In questi mesi di incertezza politica si scatenò contro gli italiani istriani e dalmati una violenta persecuzione da parte delle armate partigiane di Tito calate sulle principali città della regione (Fiume,Pisino,Pola,ecc..).
I partigiani scelsero un'ampia gamma di bersagli che andava dai dirigenti del PNF,ai carabinieri,dai maestri ai farmacisti e ai postini.
Il criterio di selezione delle vittime rimane tuttora ignoto,poichè molti degli infoibati non avevano nemmeno la tessera del partito fascista.
Il numero delle vittime di questi mesi di sangue e odio varia dalle 700 stimate dal professor Raoul Pupo nel suo libro "Il lungo esodo" alle oltre duemila indicate da Giorgio Pisanò.Un conteggio prudente dovrebbe fornirci una cifra intorno a 1500 morti,nel giro di nemmeno due mesi.
Prima di inoltrarsi nella ricostruzione della seconda ed ancor più drammatica parte del racconto,è bene soffermarsi su come avvenisse la morte delle persone infoibate.
Come ho già detto le Foibe sono delle voragini molto profonde,dove è quasi impossibile raggiungere il fondo anche agli speleologi più esperti,dunque un luolo ottimo dove far scomparire per sempre i resti di centinaia ed a volte migliaia di persone.
Un buon esempio del metodo di esecuzione prediletto dai comunisti titini è riportato nella testimonianza di Giovanni R.,uno dei pochissimi sopravvissuti,quasi per miracolo all'infoibamento.
Ecco il racconto della sua terrificante esperienza:"Dopo un chilometro di cammino,ci fermammo ai piedi di una collinetta dove,mediante un filo di ferro,ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi.Fummo sospinti verso l'orlo di una foiba,la cui gola si apriva paurosamente nera.Uno di noi,mezzo instupidito per le sevizie subite,si gettò urlando nel vuoto,di propria iniziativa.Un partigiano allora,in piedi col mitra puntato verso di noi,ci impose di seguire il suo esempio.Poichè non mi muovevo mi sparò contro,ma a questo punto accadde un miracolo:il proiettile anzichè ferirmi spezzò il filo di ferro,cosicchè,quando mi gettai nella foiba,il sasso era rotolato lontano da me.La cavità aveva una larghezza di 10 metri ed una profondità di 15 fino alla superficie dell'acqua che stagnava sul fondo.Cadendo non toccai il fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia.Subito dopo vidi precipitare quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e venni schiacciato contro la roccia dalla pressione dell'aria causata dal lancio di una granata all'interno della foiba.Verso sera riuscii a ad arrampicarmi per la parete scoscesa e a guadagnarela campagna,dove rimasi nascosto per diversi giorni".
Spesso insieme ai condannati nelle foibe veniva buttato anche un cane nero,che secondo la tradizione slava doveva servire ad impedire agli spiriti dei morti di uscire a perseguitare i loro carnefici.Forse in fondo all'anima avevano la consapevolezza di stare facendo qualcosa di terribile?
Purtroppo per gli sventurati italiani di Istria e Dalmazia,quanto visto nel 1943 era destinato ad essere un fatto di minore entità,quasi un'inezia se confrontato con la strage perpetrata a loro danno nei mesi di Maggio_Giugno del 1945.
Si era alla fine della guerra,Trieste era insorta il 25 Aprile,come tutte le altre città italiane,le forze tedesche e fasciste si erano arrese nei primi giorni di Maggio,le forze anglo americane erano ancora lontane qunado crolllò il fronte Istriano_Dalmata.
L'Istria e la Dalmazia per intero e parte della Venezia Giulia vennero occupate dalle armate partigiane di Tito,che instaurano da subito un regime di terrore,nel chiaro intento di distruggere la classe dirigente italiana,per impedire agli italiani di riorganizzarsi.
In ogni città vennero insediati dei tribunali speciali,controllati dall' OZNA,la temibile polizia segreta di Tito.I processi farsa furono celebrati a migliaia e migliaia furonole condanne a morte comminate,spesso unicamente sulla base di un sospetto o su accuse inventate di sana pianta.
Molti altri italiani non ebbero neanche il "privilegio"di essere processati,ma vennero prelevati direttamente dalle loro case ed infoibati o chiusi in campi di concentramento da dove uscire vivi era un evento alquanto insolito.
Voglio adesso riportare alcune testimonianze di quei giorni di sangue e di odio.
Queste sono le terribili parole di di Luigi Podestà,ufficiale della marina italiana rinchiuso nel carcere di Lubiana:"Il 26 Giugno fummo messi tutti assieme in una cella misurante 7 metri per 14.Eravamo in 126.Anche nella nostra nuova sistemazione continuarono le violenze fisiche e le vessazioni.Il 23 Dicembre,a sera,una trentina di noi vennero scelti dal gruppo in base ad un elenco prestabilito,legati con le mani dietro la schiena a mezzo di filo di ferro e trasportati ad ignota destinazione con dei camion.L'indomani mattina gli automezzi fecero ritorno recando indumenti che noi riconoscemmo come già appartenuti ai nostri compagnipartiti la sera innanzi.Ai nostri occhi tale fatto assunse l' apetto di un macabro indizio.Il 30 Dicembre un'altra trentina di noi subiva la stessa sorte,seguiti il 6 Gennaio 1946 da un terzo ed ultimo scaglione di 36 persone".
Peggio ancora della morte per infoibamento era il destino riservato agli italiani internati nei campi di concentramento comunisti,veri e propri gulag,dove torture e privazioni di ogni tipo erano all'ordine del giorno.
Il più tristemente noto di questi campi era quello di Borovnica,vero e proprio inferno in terra per le migliaia di sventurati che ebbero modo di fare la sua conoscenza.
Risulta alquanto difficile spiegare cosa fosse realmente Borovnica,di conseguenza perchè la descrizione sia verosimile è meglio far affidamento sulle testimonianze di chi vi ha soggiornato ed è riuscito ad uscirvi con le proprie gambe.
Ecco la testimonianza di una donna rinchiusa insieme al fratello:"A Borovnica praticamente non si mangiava,visto che l'unico pasto giornaliero distribuito ai prigionieri consisteva in un pò di acqua calda con dentro delle verdure secche.I prigionieri deportati morivano in gran numero per denutrizione.Nel campo si vive in un'atmosfera di terrore continuo,senza limiti.Di notte un partigiano con la faccia cupa e torva entra nelle celle ed esce con qualcuno che non tornerà più.Le urla di dolore di Arnaldo(il fratello diciassettenne della testimone) e degli altri suoi compagni di pena mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte...Al mattino gli aguzzini ritornano.Li hanno massacrati tutti.Uno entra nella mia cella e dice:"Quanti anni aveva tuo fratello?Non voleva morire,sai,anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare...".
Secondo alcuni storici gli italiani che persero la vita a Borovnica sarebbero circa duemila,ma a parere di altri studiosi i morti potrebbero aver raggiunto la cifra di tremila.
Se Borovnica è il campo di concentramento più famigerato,Basovizza è sicuramente la foiba più famosa.
Basovizza in realtà non è una vera e propria foiba,ma un pozzo minerario scavato all'inizio del ventesimo secolo dalla ditta Skoda,utilizzato purtroppo in seguito per ben altri scopi dai partigiani titini.
Secondo un rapporto del servizio di informazione alleato:"Nell'area di Basovizza una cavità,chiamata Pozzo della Miniera,fu usata dai partigiani jugoslavi,in particolare tra il 3 ed il 7 Maggio 1945 per l'eliminazione di italiani.Tre testimoni oculari hanno dichiarato che gruppi da 100 a 200 personesono stati precipitati o fatti saltare di sotto.Le vittime dovevano saltare oltre l'apertura della foiba e veniva detto loroche avrebbero avuto salva la vita se ce l'avessero fatta.I testimoni riferiscono che,sebbene qualcuno fosse riuscito nel salto,più tardi fu ugualmente fucilato e scaraventato di sotto.Si dice che un commissario jugoslavo abbia dichiarato che più di 500 persone sono state precipitate nel pozzo ancora vive."
Le operazioni di recupero dei corpi iniziate nel 1945 e portate avanti per alcuni anni ci danno una stima approssimativa di 1200_1500 morti nella sola foiba di Basovizza,ma considerando le notevoli difficoltà incontrate nel recupero e l'approssimazione con cui sono volutamente state condotte le ricerche,il numero dei morti probabilmente andrebbe accresciuto di qualche centinaio.
Nel 1980 grazie all'intervento delle associazioni dei profughi istriano_dalmati il pozzo di Basovizza venne riconosciuto come monumento di interesse nazionale e nel 1991,anno della dissoluzione dell'Unione Sovietica e della jugoslavia,per la prima volta un Presidente della Repubblica italiana,Francesco Cossiga si recò in visita alla foiba di Basovizza.Ci sono voluti 46 anni di silenzio ed indifferenza prima che lo Stato italiano,nella figura della sua massima carica istituzionale,si recasse a rendare omaggio a questi nostri fratelli martiri.
In definitiva se volessimo fare un bilancio definitivo in termini di morti della persecuzione antiitaliana in Dalmazia,Istria e Friuli Venezia Giulia,a quanto si arriverebbe?
Certamente è difficile calcolarla con certezza,sia per via della molteplicità di fonti discordanti l'una con l'altra,sia perchè a tutt'oggi non è stato possibile esplorare 37 foibe,dove con ogni probabilità giacciono i corpi di molti italiani.
Un bilancio attendibile potrebbe essere quello stimato nella monumentale opera del 1989 "Albo d'oro.La Venezia Giulia e la Dalmazia nell'ultimo conflitto mondiale",che farebbe ammontare il numero di vittime intorno alle 16500.
Questo tributo altissimo di sangue innocente ha lasciato completamente indifferente lo Stato Italiano,che oltre a non aver fatto nulla nel corso dei decenni per assicurare i colpevoli alla giustizia,addirittura,fatto inconcepibile ed agghiacciante per una qualsiasi persona di buon senso,ha fatto pervenire una pensione ai principali carnefici.
Facendo una rapida indagine è facile ricavare un elenco di uomini che per più di 40 anni hanno ricevuto una pensione dalla nostra nazione,in quanto combattenti partigiani,pur essendo responsabili di crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
Ecco qualche nome preso a caso dalle liste degli aventi diritto alla pensione:
CIRO RANER:comandante nel 1945_1946 del lager di Borovnica.
OSKAR PISKULIC:capo dell' OZNA a Fiume tra il 1945 ed il 1947.
IVAN MOTIKA:detto "il boia dell'Istria",pubblico accusatore per l'Istria tra il 1945 ed il 1947.
GIOVANNI SEMES:comandante militare di Zara tra il 1945 ed il 1947.
La lista è ancora molto,troppo lungo.
Nel 1999 la magistratura italiana,dopo decenni di assoluto disinteresse,si decise finalmente ad intervenire contro alcuni dei principali infoibatori ancora in vita.
A dire la verità il processo coinvolse solo ed unicamente tre imputati:i già citati Ivan Motica ed Oskar Piskulic ed il loro degno compare Avijanka Margetic.
Costoro erano ritenuti responsabilidi numerose sparizioni ed omicidi consumati a Fiume e in Istria nel periodo di tempo successivo alla fine del secondo conflitto mondiale.
Due degli imputati,Motica e Margetic morirono nel corso del processo,mentre per Piskulic il tutto si concluse con una sentenza di estinzione per amnistia del reato di omicidio.
Questo fu l'unico processo svoltosi in Italia contro i rsponsabili della morte di tanti innocenti.
Facendo un triste riepilogo possiamo dire:civili infoibati 16500,criminali processati tre,condannati zero.
Gli italiani di Istria e Dalmazia non riescono a trovare giustizia nemmeno dopo morti.
Se si volesse fare veramente giustizia,non si dovrebbero processare solamente i partigiani di Tito responsabili diretti di questi orrori,ma anche quanti in Italia,ammirando l'ideologia politica di Tito,fecero di tutto per insabbiare quanto stava avvenendo per il timore che ciò gettasse discredito su questo paradiso socialista.
Personaggi di primissimo piano della politica italiana del dopo Mussolini,favorirono con ogni mezzo la slavizzazione dei territori italiani occupati dagli jugoslavi ed intrapresero una campagna d'odio contro quanti volevano mettere in dubbio la purezza d'intenti del maresciallo Tito.
Il principale protagonista di questa mobilitazione filo slava fu il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti.
Ecco un esempio del suo pensiero in questa lettera indirizzata ad un altro dirigente comunista che esprimeva le sue perplessità su questo modo d'agire:"L'occupazione da parte jugoslava è un fatto positivo di cui dobbiamo rallegrarci e che dobbiamo in tutti i modi favorire,perchè significa che in questa regione non vi sarà né un'occupazione né una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana,cioè si creerà una situaziopne profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera dell'Italia.Una linea diversa si risolverebbe,di fatto,in un appello all'occupazione di Trieste da parte delle truppe inglesi".
Togliatti sabotò qualsiasi tentativo di resistenza all'oppressione jugoslava,dando ordine ai militanti comunisti dei territori occupati di mettersi a completa disposizione di Tito.
Molti italiani che avevano preso parte alla guerra partigiana contro i nazi-fascisti,ma che in seguito si erano opposti allo smembramento della loro patria,furono rastrelllati ed uccisi nelle foibe e nei campi di concentramento titini senza che dall'Italia si levasse una voce forte di condanna,fatta eccezione per alcuni esponenti della Democrazia Cristiana.
Nella zona di Gorizia duecento carabinieri che avevano preso parte alla Resistenza furono arrestati ed inviati in campo di concentramento.Ne tornarono sei.
A Pola avvennero episodi di incredibile crudeltà contro uomini che fino a poche settimane prima avevano combattuto fianco a fianco con i partigiani yugoslavi.
Nella relazione redatta dal governo italiano per essere presentata alla conferenza di pace di Parigi del 1947,si leggono testimonianze raccapriccianti,come l'uccisione a colpi d'ascia di trecento italiani, in gran parte ex partigiani,in un forte della marina.
L'intento palese di Tito era di eliminare qualsiasi forma di dissenso,che potesse minare i suoi piani di annessione sulle terre occupate e la sua scure si abbatté con più forze contro quanti si manifestassero dissenzienti verso l'ideologia comunista.
Per essere onesti bisogna però ricordare che alcuni militanti comunisti dei territori occupati,contravvenendo alla linea del partito,si schierarono contro il progetto espansionistico di Tito.
Non è difficile immaginare il destino che Tito riservò loro.
Unitamente alle persecuzioni nei confronti di coloro che continuavano a rivendicare la propria italianità,il regime comunista diede il via anche ad una violenta persecuzione anticattolica,destinata a durare per alcuni decenni,fino alla morte di Tito.
I riti ed i funerali religiosi vengono ostacolati;nei cimiteri al posto della croci furono erette delle stelle rosse ed i sacerdoti che non si piegavano alla volontà della dittatura venivano perseguitati e spesso uccisi.
L'arcivescovo di Gorizia,monsignor Carlo Margotti,per aver condannato le atrocità commesse dai titini venne prima minacciato di morte ed in seguito espulso dalla città.
L'episodio probabilmente più famoso di soprusi commessi contro la Chiesa di Roma è l'arresto e la successiva condanna ai lavori forzati dei monaci benedettini del convento di Dalia,nei pressi di Cittanova d'Istria,colpevoli secondo il governo di Tito di propaganda sovversiva e di sabotaggio economico,per la mancata consegna di alcuni quantitativi di cereali all'ammasso.
La situazione per gli italiani che vivevano nei territori sotto controllo yugoslavo peggiorava di giorno in giorno.
I provvedimenti colpirono soprattutto la città di Trieste,dove era più radicata la presenza italiana.
Il giorno 3 Maggio 1945,il giorno dopo la conquista della città il comando militare yugoslavo emanò le prime disposizioni:venne proclamato lo stato di guerra e la legge marziale,il CLN di Trieste venne immediatamente esautorato ed il neosindaco Michele Miani arrestato,i giornali non comunisti vennero chiusi,fu proibita pena l'arresto l'esposizione di bandiere tricolori e di qualsiasi simbolo che potesse essere in qualche modo ricollegato all'Italia.
Il 5 Maggio migliaia di triestini,in prevalenza studenti,scesero in piazza per protestare contro le misure oppressive adottate dal comando yugoslavo ed esposero durante la manifestazione numerose bandiere tricolori.
In risposta a questa richiesta di libertà,i partigiani di Tito spararono sulla follla provocando cinque morti ed un numero imprecisato di feriti.
Frattanto a livello internazionale la situazione dell'Istria della Dalmazia e della Venezia Giulia rimaneva avvolta in una nuba oscura di incertezza.
Tito in origine pretendeva l'annessione alla Jugoslavia dell'Istria,della Dalmazia e di Gorizia e Trieste,mentre il presidente De Gasperi si opponeva,cercando di salvare queste terre dalla dittatura comunista.
Nel 1946 a Parigi si aprì una conferenza di pace, volta a stabilire il riassetto geopolitico di queste regioni.
La rappresentanza italiana era intenzionata a far pressioni sui paesi occidentali presenti alla conferenza,perchè appoggiassero le richieste italiane,che sostanzialmente consistevano nel mantenimento di tutti i territori precedentemente italiani,ad eccezione di Fiume che appariva indifendibile.
Gli italiani non tardarono molto ad accorgersi che lo scopo di questa conferenza non era quello di perdonare l'Italia per i propri errori e di reinserirla nella scena internazionale come una potenza,bensì di umiliarla ulteriormente,di rendere ancora più bruciante la sconfitta.
Le grandi potenze vincitrici nominarono una commissione mista che si recasse nella Venezia Giulia per elaborare una possibile spartizione territoriale che tenesse conto degli assetti etnico_politici delle varie realtà territoriali.
I membri della commissione proposero quattro diverse ipotesi di spartizione,che andavano dal mantenimento della sovranità italiana su tutta l'Istria occidentale e meridionale (linea americana),fino all'annessione alla Jugoslavia di tutti i territori ad est del fiume Isonzo ed anche oltre (linea sovietica).
Nel corso dell'estate del 1946 venne trovato una soluzione che accoglieva in larga misura le richieste di Tito,in quanto vennero assegnate alla Jugoslavia tutte le terre richieste ad eccezione di Gorizia e Monfalcone,rimaste italiane e di Trieste che entrò a far parte di un Territorio Libero,posto sotto l'amministrazione delle Nazioni Unite.
Da quel momento iniziò quell'ondata massiccia di emigrazione che gli storici hanno ribattezzato Esodo.
I primi italiani a lasciare le loro case e quella terra che tanto amavano e per la quale tanto avevano fatto,furono gli abitanti di Fiume,ben consapevoli che la loro città non sarebbe più ritornata sotto sovranità italiana.
Migliaia di persone lasciarono la città per sfuggire all'odio,alla miseria e all'oppressione.
La situazione per gli italiani residenti a Fiume,come del resto in numerose altre città poste sotto il controllo di Tito,si era fatta insostenibile.
L'ondata di persecuzione si abbattè con particolare violenza sugli imprenditori e sui commercianti,che videro sequestrate e nazionalizzate le imprese e i negozi dove lavoravano da una vita.
Per gli italiani,in seguito ad accordi internazionali,era possibile scegliere tra la permanenza nel nuovo stato yugoslavo e l'emigrazione in territorio italiano.
Per far capire quanto difficili fossero le condizioni di vita per gli italiani sotto il regime di Tito,basta citare l'esempio di Pola,dove su 31700 residenti di lingua italiana,ben 28058 scelsero di abbandonare la loro città per riparare in Italia.
Per gli italiani che lasciavano l'Istria e la Dalmazia per dirigersi in altre città della nostra penisola,l'accoglienza non era mai delle migliori,soprattutto per via della campagna d'odio scatenata contro di loro da chi riteneva che fosse un'azione disgustosa abbandonare quel "paradiso dei proletari"che era la Jugoslavia di Tito.
Un esempio lampante di questa campagna d'odio e diffamazione è questo articolo pubblicato sull'Unità il 30 Novembre 1946:"Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città.Non sotto la spinta del nemico incalzante,ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori.I gerarchi,i briganti neri,i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune,non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che già sono così scarsi.Nel novero di questi indesiderabili,debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare e si presentano qui da noi in veste di vittime,essi che furono carnefici.Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali,bensì farci complici".
Le conseguenze di questo atteggiamento scellerato furono facilmente immaginabili,gli esuli invece di essere compresi ed aiutati,in molte parti d'Italia furono insultati o addirittura minacciati dalla popolazione locale.
Una testimone di quei giorni ricorda l'arrivo del suo treno alla stazione di Bologna:"C'era gente che faceva il pugno chiuso e ci diceva fascisti e non si poteva neanche scendere dal treno,ma noi avevamo bisogno di bere un pò d'acqua e non ci lasciavano scendere.Allora mia madre mi ha detto:"Ma vai tu che forse,visto che sei bambina ti fanno andare" e infatti mi ha accompagnato anche un ragazzino e ci han lasciato venire con l'acqua sul treno.Ci hanno fermato una notte intera,avevamo fame e sete e gli uomini adulti non li lasciavano scendere,è stata una cosa tremenda".
In tutto il territorio nazionale vennero allestiti dei campi profughi che molte volte si mostravano insufficienti o inadeguati ad ospitare un numero elevato di persone.
Alcuni di questi campi erano veramenti terribili sotto il profilo del rispetto dell'igiene e dell'intimità dei singoli individui.
Ecco la testimonianza di un'esule che descrive un campo profughi situato presso Bergamo:"Il campo era un ex manicomio.Si era divisi solo dalle coperte.Puzzolente,quell'odore l'ho avuto nel naso per anni.Ci accolsero con una domanda:"signora quanti siete"?Ho detto:"mi pare 32"."Oddio altri 32 disgraziati,è tanto brutto signora,non vede"?Chi urla di notte,chi piange chi bestemmia,è insopportabile...E il mangiare era una cosa orribile,peggio delle bestie.Quando è venuto il sindaco gli ho portato la gamella fin sotto il naso:"Provi a mangiarlo lei signor sindaco,questa roba,la mangi"!Sopra di me dormiva un bambino pieno di pidocchi".
L'esodo continuò anche durante i primi anni '50 ed ebbe un'ulteriore spinta dal Memorandum d'intesa,dove veniva sancito,seppure in maniera provvisoria,il passaggio della zona b del Territorio Libero di Trieste sotto sovranità Jugoslava.
La spartizione territoriale stabilita nel Memorandum d'intesa venne poi resa definitiva dal trattato di Osimo firmato il 1°Ottobre 1975 dal governo italiano presieduto dal democristiano Mariano Rumor.
Per molti anni è stato oggetto di aspre polemiche il fatto che Rumor,probabilmente influenzato dal peso del PCI,partito che sfiorò la maggioranza relativa alle elezioni di quello stesso anno,non si sia opposto in alcuna maniera alla cessione definitiva di questa parte d'Italia,ma anzi abbia avuto un atteggiamento accondiscendente verso quello stesso Tito responsabile della morte di migliaia di suoi e nostri connazionali.
Nel decennio che va dal 1945 al 1956,si calcola che oltre 350000 italiani furono costretti a lasciare le terre che amavano,le terre dei loro avi,colpiti tanto dall'odio slavo quanto dal disprezzo dei propri connazionali che vedevano in loro solamente dei traditori fascisti,indegni di abitare quelle terre finalmente "liberate".
Questi poveri profughi nei decenni successivi dimostrarono di essere persone oneste e laboriose ed anche grazie al loro contributo l'Italia fu in grado di risollevarsi e diventare una potenza economica.
Questi esuli non hanno mai smesso di lottare per la loro causa,perchè fossero riconosciuti i loro diritti,perchè potesse tornare a parlare la voce dei tanti fratelli morti nelle foibe,nei lager,nelle strade,la voce dei veri martiri italiani.
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